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Migrare era l'ultima speranza di Sajidah e papà Abdulhakim. Ora il loro futuro ha un colore diverso, anche grazie a Croce Rossa

C'è un video, ormai diventato virale, che racconta di un viaggio verso la speranza. Racconta l'ultimo, estremo tentativo di un papà di salvare la vita alla sua bambina. È stato fatto con un telefonino dagli amici che hanno scortato Sajidah e il suo papà Abdulhakim dalle coste libiche fino alle navi della Guardia Costiera italiana che li hanno portati in Italia a fine giugno. È una storia di speranza e di tenacia. E c'è anche un pezzetto di Croce Rossa in questa vicenda che racconta ancora una volta di migrazione. 

Sajidah Alshaibi è una bimba libica di cinque anni. Vive a Sabratah con mamma, papà e i fratellini.  Nel 2013 inciampa e cade, come può accadere a ogni bambino. Ma succede qualcosa di strano: le compare un grande ematoma sul volto. Iniziano i controlli medici e i viaggi tra gli ospedali libici e quelli tunisini. E proprio a Tunisi le viene diagnosticata un'anemia aplastica. In Libia le terapie non funzionano, l'unico modo di aiutare la piccola è farle continue trasfusioni di sangue, ma non è una soluzione alla sua malattia. Papà Abdulhakim non rinuncia a trovare una cura, chiede permessi e autorizzazioni alle autorità libiche e riesce, un anno fa, a portare Sajidah in Turchia. Ma anche a Istanbul le cure non funzionano: nei primi mesi del 2016 viene sottoposta a due tentativi di trapianto di midollo osseo, ma i donatori non sono compatibili al cento per cento ed entrambi falliscono. Il 1 giugno Sajidah viene dimessa dall'ospedale turco: “non c'è più niente da fare”, dicono i medici. Lo stesso dicono i dottori di Tripoli, dove Sajida e il suo papà sono dovuti tornare a mani vuote. A Sajidah viene la febbre alta ma nell'ospedale libico, privo di servizi come è immaginabile in un paese devastato da anni di conflitto, si limitano a farle una trasfusione e a dire a papà Abdulhakim di rassegnarsi. Ma lui non si arrende e cerca, inutilmente, di ottenere un visto per portare Sajida in Europa, in un ospedale in cui possa essere curata. Abdulhakim non accetta di vedere la sua bimba spegnersi, giorno dopo giorno, senza poter fare niente. Non accetta quella che è, senza giri di parole, una condanna a morte. L'ultima speranza è la via del mare. Grazie all'aiuto di parenti e amici compra un'imbarcazione per affrontare il viaggio.
 
All'alba di un giorno di fine giugno Abdulhakim e Sajidah salpano da Sabratha con qualche provvista e un carico di speranza. Assieme a loro un amico che pilota il piccolo gommone e su altre tre barche amici e parenti che scortano il piccolo vascello finché all'orizzonte non compaiono le navi di salvataggio che incrociano il mare davanti alle acque territoriali libiche. Uno degli amici che fa parte del convoglio “di supporto” gira col telefonino il video (http://www.libyaobserver.ly/news/libyan-national-takes-challenge-and-travels-illegally-europe-cure-his-daughter) che attraverso Internet farà il giro del mondo in poche ore, nello stesso spazio di tempo in cui la piccola Sajida passerà da un destino segnato alla possibilità di farcela. Nei colori dell'alba, con il rumore delle onde e del motore in sottofondo, si vede papà che copre Sajidah con una coperta bianca e un cappellino. 

Abdulhakim non ha voluto tentare la traversata su un barcone di quelli che salpano ormai regolarmente dalla coste libiche, troppo pericoloso: “Troppe persone accalcate, io dovevo arrivare in Italia per curare mia figlia. Sì avevo paura di non farcela, ma nella mente c'era solo l'obiettivo di salvare la bambina, il resto è passato in secondo piano” racconta quando lo incontriamo in ospedale, a Catania. Sì, Catania. Perché il viaggio più difficile della sua vita e di quella della piccola Sajidah li ha portati nel capoluogo etneo, dove il 28 giugno è attraccata la nave della guardia costiera che li ha soccorsi in mezzo al mare. Arrivati a Catania sul molo c'era, come sempre, la Croce Rossa. Con l'ambulanza sono stati subito portati all'ospedale Garibaldi e poi trasferiti al Policlinico. Sajidah è stata subito presa in cura e stabilizzata, ma al policlinico di Catania non è possibile effettuare trapianti di midollo da donatori non consanguinei, e così la professoressa Giovanna Russo contatta il Gaslini di Genova, dove il professor Dufur si mette subito a disposizione: attende di la bimba per prenderla in cura quanto prima. Un altro viaggio attende Sajidah e suo papà. 

E a renderlo possibile ci pensa Croce Rossa: il comitato di Catania, contattato dalla professoressa Russo si attiva per organizzare il trasferimento e grazie ai fondi messi a disposizione dall'Emergency Appeal della FICR e alla disponibilità della Prefettura catanese, nel giro di poche ore tutto è pronto per volare a Genova. All'aeroporto, tra i saluti dei volontari e un po' di commozione, Sajidah ha fatto un nuovo piccolo passo verso la vita. In Liguria, un altro equipaggio ha accolto la famigliola e la ha portata all'ospedale Gaslini, dove poter continuare a sperare. L'esito del pellegrinaggio iniziato anni fa dalla piccola Sajidah sembrava segnato: tutti si erano arresi. Tutti tranne papà Abulakim, che ha fatto quello che qualunque padre avrebbe fatto per la sua bambina: ha affrontato il viaggio più pericoloso, animato solo dalla volontà di arrivare in un luogo in cui poter trovare una cura per la sua piccola. Migrazione è anche lui, è anche Sajidah. Migrazione è la speranza che in un paese in pace qualcuno possa aiutare tua figlia malata. Ora, per loro, il futuro ha un colore diverso. E la Croce Rossa è stata al loro fianco, a dipanare il filo rosso che unisce speranza e umanità. Inserisci qui il testo.

Ritratto di Giuseppe Murrone

Giuseppe Murrone